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Agota Kristof, raccolta poesie postuma al Salone Libro Torino

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Agota Kristof

Agota Kristof, (Csikvànd 1935/ Neuchàtel 2011) risorge dalle ceneri, realizzando in maniera postuma la propria radicata aspirazione, espressa poco prima di morire, di pubblicare una raccolta di poesie.

Dopo una vita sofferta, ma proficua in successi letterari in prosa, il suo umile sogno si era già concretizzato a sei anni dalla sua dipartita, attraverso l’editore francese Edition Zoé che nel 2017 pubblica una raccolta di sue liriche in versione bilingue ungherese-francese, entrambe lingue da lei utilizzate nel corso dell’esistenza.

Ma in data 3 maggio è uscita la raccolta in italiano dell’editore del canton Ticino Casagrande, a cura di Fabio Pusterla e Vera Gheno, presente quest’ultima, insieme a Paolo Mauri, alla presentazione ufficiale del testo che si è tenuta ieri presso il Salone Internazionale del libro di Torino.

La pubblicazione è stata denominata “Chiodi”, il titolo di una delle liriche presente nella raccolta e senza dubbio aderente a quella che è stata l’esperienza letteraria ed ancor più esistenziale di Agota: “chiodi/puntati e smussati/chiudono porte montano grate/tutt’attorno sulle finestre/così si edificano gli anni /così si edifica/la morte.

Agota Kristof segna una generazione sempre vigile di vecchi e nuovi disincantati esistenzialisti che non possono non amare i suoi scritti.

Nata nel 1935 in Ungheria, dalla quale si vedrà costretta a fuggire nel 1956 con la figlia di pochi mesi a seguito della repressione sovietica rispetto alla rivoluzione ungherese. Troverà apparente riparo in Svizzera, dove condurrà, soprattutto all’inizio, una vita altrettanto dura, lavorando come operaia in fabbrica ed, in primis, continuando a provare quel senso di estraneità e spaesamento che lei riporta in abbandonanza in ciascuna sua opera.

Per rimarcare l’asprezza che Agota testimonia della vita in fabbrica in una Svizzera tra l’altro ostile, citiamo la chiusa della poesia”In morte di un operaio”, lucidamente attuale anche per l’Italia di oggi ”Avresti voluto ricordare ancora/ma non c’era cosa/la fabbrica aveva voluto per sé ricordi giovinezza tutto/solo la stanchezza ti era rimasta di quarantanni di lavoro/la stanchezza mortale”.

Il senso di estraneità lo riscontriamo in “Ieri”, (Einaudi editore) romanzo in cui il protagonista in effetti lavora in una fabbrica che, alla fine, perderà persino la dimensione del “sognare”.

Da questo libro, non in molti ricorderanno che il nostrano regista Silvio Soldini ha tratto il film “Brucio nel vento” (Ialia/Svizzera 2002) il quale si è aggiudicato tra l’altro il Nastro d’Argento come miglior fotografia di Luca Bigazzi, attualmente fedele Direttore della Fotografia per il nostro Premio Oscar Paolo Sorrentino.

Che poi la Kristof negli anni suggella con il proprio stile di scrittura ferocemente scarno la tematica, indelebile per molti suoi appassionati, dell’impossibilità d’amare e d’essere amati, filo conduttore della ” Trilogia della Città di K”, (Einaudi editore) opera in merito alla quale viene realizzata un’altra pellicola dal titolo “Il Grande Quaderno” (2015), titolo medesimo della prima parte in prosa della trilogia, del regista ungherese Jànos Szasz.

E tutti questi temi attraversano inesorabili i versi che grazie all’editore Casagrande possiamo conoscere anche in italiano.

Per citare lo smarrimento e l’estrema solitudine che Agota accetta sempre con dignità “Non che tu valga più di chiunque altro ma/ per un qualche caso ho attribuito a te ogni bellezza e tristezza e adesso che/ te ne vai ho perso l’appoggio sto ferma non so/ in quale direzione girare il viso”.

Ed ancora in merito all’eterno spaesamento del cuore”Vuoi una favola su queste antiche lente canzoni/e su uomini che partono nel vento/perchè nessuno si ricordi di loro.

Potremmo definire Agota Kristof come la scrittrice e poetessa della compostezza del dolore. Perchè in effetti nei scuoi scritti, prosa o poesia, è ben insito un insegnamento che si rivela quasi barbaro ad un occhio superficiale.

Attraverso i suoi personaggi o più intimamente attraverso se stessa, lei ci suggerisce di accettare l’afflizione senza resisterle, sebbene questo implichi un atto di maturità e consapevolezza che passa attraverso la sofferenza più dura.

L’invito implicito è di leggere “Chiodi” od una una qualunque delle sue opere. Ne uscirete diversi; con una visione sull’esistenza fatalmente più acuta nella buona e nella cattiva sorte, confidando che non sia così spietata, in fondo.ò

Romina De Simone